DALLO SCUDETTO AD AUSCHWITZ
Gli idoli si dimenticano in fretta
[di Stefano Izzo]
Soltanto qualche storico del calcio o un giornalista di ferrea memoria potrebbe rispondere alla domanda: chi è stato Arpad Weisz? Per tutti gli altri un breve riepilogo. Weisz, ungherese classe 1896, fu il più grande allenatore degli anni Venti e Trenta. Dopo una modesta carriera da attaccante della propria nazionale, stroncata da un infortunio, sedette sulla panchina prima dell’Inter e poi del Bologna, vincendo tre scudetti e addirittura riuscendo a battere i maestri inglesi del Chelsea nel Trofeo dell’Esposizione del ’37, che vale la Champion’s League di oggi. Abilissimo nella gestione degli uomini, grande innovatore delle tattiche e scopritore di talenti, da tutti era considerato il numero uno, il modello da imitare. Eppure, all’apice del proprio successo, fu costretto dalle leggi razziali a lasciare l’Italia con tutta la famiglia. Sì, perché Weisz era ebreo e, secondo il delirio totalitarista, non meritava di restare un giorno di più nel nostro Paese. Neppure un giornale riportò la notizia, nessuno osò protestare e da allora, come inghiottito da un baratro, di lui non si seppe più niente.
Quasi settant’anni dopo, Matteo Marani, brillante penna del Guerin Sportivo, colma questo vuoto di memoria con un documentatissimo viaggio-inchiesta che ricostruisce passo per passo la vita di Weisz, dai luminosi successi sportivi alla morte nel campo di sterminio. Una storia esemplare per smentire chi ancora sostiene che l’Italia è da sempre un Paese civile e tollerante.
