È da un pezzo che non uscivo dal cinema così entusiasta. Non che sia un assiduo frequentatore di sale e multisale, ma di film, nell’epoca dei dvd e di emule, riesco a vederne un bel po’. Pur non essendo un capolavoro assoluto, Into the wild, quarta pellicola di Sean Penn come regista – un gigante davanti e adesso anche dietro la macchina da presa – mi ha tenuto incollato alla poltrona per tutti i suoi 148 minuti. Merito di immagini quanto mai suggestive, certo, ma anche di una narrazione sapiente e di una colonna sonora, firmata da Eddie Vedder dei Pearl Jam, praticamente perfetta.
Tra grandi paesaggi e citazioni care a tanti viaggiatori (London, Thoreau, Tolstoi), il film celebra il mito americano nella sua essenza, dalla frontiera all’epica on the road, al culto della wilderness. Cose semplici, ma raccontate con rabbia, senza un grammo di politically correct, senza il mito del buon selvaggio. La storia è vera: Chris McCandless, 23 anni, non vuole vivere “avvelenato dalla civiltà” e decide di tagliare i ponti con tutto, genitori, università, macchina, carte di credito. Parte a piedi e vagabonda per due anni attraverso gli Stati Uniti, fin quando raggiunge il gelo e la solitudine dell’Alaska. Là, in mezzo alla neve, trova un vecchio bus e ne fa la sua tana, iniziando l’ultima parte del suo viaggio verso se stesso, verso la sua nudità assoluta.
Alzi la mano chi, vedendo il film, non ha pensato neanche per un attimo di preparare lo zaino e mettersi in cammino.
